La tradizione tessile calabrese

I Penelope greca an tin Calavrìa / La Penelope grecocalabra
L’artigianato calabrese ha rappresentato in passato un aspetto di primaria importanza nell’economia dei paesi grecocalabri. Esso è legato, in tutte le sue espressioni, a tradizioni culturali molto antiche e sviluppa pertanto una produzione densa di contenuti spirituali e culturali.
I manufatti tessili ne sono un alto esempio, e sottendono a un’arte anch’essa come le altre carica di valenze simboliche e luogo ideale di condivisione e socializzazione dell’universo femminile, del quale costituisce uno dei più affascinanti archetipi già a partire dal mondo greco classico, che siglava con fuso e conocchia le rappresentazioni del femminile, dalle sovrane dell’Olimpo alla regina di Itaca. La stessa Penelope, sia pure nelle aporie interpretative di cui sarà investita, è infatti seduta al telaio che diventa nell’Odissea il simbolo della fedeltà, della determinazione nel silenzio, della sospensione nel confine dell’attesa, caratteri fondanti della donna ellenofona, regina del focolare domestico. È una donna che si muove fin dall’alba nei campi, o alla fiumara per fare il bucato; seduta, quando attende al telaio.
L’abilità nella tessitura era una delle virtù in base alle quali l’uomo si innamorava di una ragazza e la sceglieva come sposa.
Il telaio era di fatto un oggetto immancabile nella dote, e spesso l’artigiano che lo costruiva era lo stesso fidanzato, che lo donava alla futura sposa; così come il corredo di biancheria da letto e da tavola era rigorosamente realizzato al telaio da madre e figlia, impegnate ad esibire la propria abilità di tessitrici. Al telaio era riservato in ogni casa uno spazio, un’intera stanza nelle residenze signorili, un angolo della stanza da letto nelle dimore più modeste.

L’artigianato tessile/ To fènima me ta chèria
L’arte della tessitura in Calabria è antichissima e nonostante il notevole ridimensionamento, economico e geografico, del suo ambito, rimangono attivi alcuni centri d’eccellenza in cui si riproducono pregiati manufatti in seta, lana, lino e canapa, secondo i più antichi dettami della tradizione.

La seta/To metàsci
Il fiore all’occhiello dell’industria tessile reggina fu, a partire dalla dominazione normanno-sveva, la lavorazione della seta, introdotta dai bizantini tra il secolo IX e l’XI e da qui diffusa nel resto d’Italia. Il porto di Reggio in occasione della fiera annuale, istituita con Editto da Federico II, accoglieva mercanti da ogni dove, Venezia, Spagna, Francia, Inghilterra, Fiandre. Tra il XIII e il XVI secolo, grazie anche alle franchigie e ai privilegi di cui godeva per volontà di Carlo V, l’industria serica reggina confezionava manufatti esportati in tutta Europa, per raggiungere il massimo sviluppo commerciale nel secolo XVII. L’arte si avvia al declino già a causa della pressione fiscale d’età spagnola, cui si aggiunge nella seconda metà del XVIII l’ulteriore restringimento legato all’istituzione della Cassa Sacra, voluta da Federico IV di Borbone quale rimedio ai disastri provocati dal terremoto del 1783.
Delle sette sedi delle Fiere Generali del Regno di Napoli disposte da Federico II, le prime in Calabria, come indicato dall’Editto, furono Reggio e Cosenza; successivamente, tra XV e XVI secolo, si distinse Catanzaro. Nell’area reggina, rinomate per l’elevata qualità della produzione serica erano le filande di Villa San Giovanni, dove esisteva anche una scuola regia per la manifattura della seta, istituita nella seconda metà del secolo XVIII.
Nell’area ellenofona gli anziani ricordano ancora che almeno fino alla seconda metà dell’800 ogni famiglia coltivava il baco. Lo stesso Edward Lear nel 1847 ne avvertiva il singolare odore giungendo nel “palazzo dei bozzoli” a Staiti, dove i bachi da seta erano “la vita e l’aria, il fine e la materia”[i] dell’intero villaggio.
[i] Edward Lear, Diario di un viaggio a piedi, Franco Pancallo Editore, Locri 2002, p. 58-59.

La ginestra/To spàrto
Il territorio ellenofono del versante jonico reggino si distingue da sempre per la tessitura della ginestra, tanto che in passato se ne avviò la piantagione industriale sui piani di Bova. La produzione dell’artigianato tessile è a tutt’oggi fiorente nell’area aspromontana in prossimità della Locride, in particolare sul territorio intorno a Bianco, ma è possibile ammirare i manufatti realizzati secondo l’antica arte della tessitura al telaio in tutti i centri delle vallate dell’area. In essi vivono ancora anziane tessitrici, depositarie di un’arte che si tramanda di generazione in generazione.
L’arte della tessitura artigianale riproduce un ciclo completo. Ha inizio con la raccolta delle piante, procede con la lavorazione delle fibre vegetali, si conclude con il confezionamento dei manufatti.
La matrice cristiana è presente sia nella ritualità che accompagna il lavoro nella fase della tessitura, che nei simboli delle decorazioni dei manufatti, nella cui ispirazione è robusto l’influsso della civiltà bizantina. La croce greca vi è presente quasi sempre, anche quando intrecciata ad altri simboli – talora mutuati da facies d’età pre-cristiana – o non esplicita ma ugualmente tracciabile all’interno di alcune forme geometriche.
La ginestra è un arbusto fiorifero perenne, che cresce spontaneamente nelle aree incolte. La pianta utile alla tessitura non va raccolta oltre gli 800 metri di altitudine, dove è presente la ginestra “carbonara”. Tra maggio e giugno l’esuberante fioritura di questa pianta rallegra di un giallo intenso le vallate, profumando pendii e pianori. Ma la saggezza antica induce a procedere alla raccolta tra luglio e agosto, quando la pianta veste una più robusta fase di maturazione, ideale a resistere agli “attacchi” cui la sapiente mano femminile dovrà sottoporla.
La raccolta della ginestra è un’attività abbastanza faticosa, soprattutto ove essa sia abbarbicata ai fianchi scoscesi dei dirupi, nel qual caso è necessario compiere delle vere acrobazie per procedere alla recisione dei fusti. Alcune anziane raccontano che per raggiungere i cespugli era necessario a volte sdraiarsi e rimanere sospese a mezzo busto, in bilico sull’orlo delle rocce, con le braccia protese fino a raggiungere gli steli da recidere con l’apposita “runca”. Il momento della raccolta, quindi, è condiviso dall’intera famiglia, giovani e meno giovani, uomini e donne, nel clima di quella coesione familiare tipica di un’economia autarchica e sorretta da una forte matrice cristiana.

Fonte: http://calabriagreca.it/blog/risorse/tessitura/